“Cosa racconto se non mi credono?”. La ricerca di Covolan e De Franceschi sugli internati pederobbesi

Nel pomeriggio di domenica 28 gennaio, la palestra di Onigo ha ospitato la cerimonia di consegna degli attestati ai famigliari di alcuni degli internati militari del Comune di Pederobba. L’iniziativa, curata dall’amministrazione comunale di Pederobba (in particolar modo dall’Ufficio Segreteria), è stata organizzata in occasione degli eventi per il “Giorno della memoria”.

L’evento è stato possibile grazie al grande lavoro di ricerca storica della professoressa Tiziana Covolan, coadiuvata dalla collaboratrice Claudia De Franceschi.

L’intervento della professoressa Covolan

La professoressa Covolan ha saputo recuperare importanti e commoventi informazioni di tantissimi pederobbesi che sono stati deportati o internati nei lager nazisti, destinati al lavoro coatto per l’economia di guerra nell’ultimo conflitto mondiale.

Alla cerimonia erano presenti i familiari dei 29 cittadini di Pederobba internati, il sindaco Marco Turato, il vicesindaco con delega alla cultura Sabrina Moretto, gli assessori Monica TessaroDoriano Stanghellini e Fabio Maggio, i consiglieri comunali Maria PerozzoAlex Putton e Anna Martignago, il Generale Potito Genova, consigliere nazionale dell’Anrp (Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia, dall’Internamento e dalla Guerra di Liberazione), Francesca Piaser, vice presidente Anei (Associazione Nazionale ex Internati) Treviso, oltre agli Alpini e ai rappresentanti delle associazioni combattentistiche e d’arma del paese.

Generale Potito Genova, consigliere nazionale dell’Anrp

L’evento è stato impreziosito dalla partecipazione del Coro Voce Alpina e dall’esibizione di Nicolò Cassandro al clarinetto. “È nostro dovere conservare vivo il ricordo della loro tragedia – ha sottolineato l’amministrazione pederobbese -, perché la memoria è una forza capace di cambiare il mondo e quella dell’Olocausto deve essere tenuta viva, perché la storia che si dimentica si ripete”.

L’intervento del sindaco Turato

Dopo i saluti delle autorità, la professoressa Covolan, che si è occupata dell’introduzione storica, ha ringraziato le persone che l’hanno aiutata nelle sue ricerche, mentre De Franceschi ha espresso tutta la sua gratitudine ai familiari degli Imi (Internati militari italiani) che hanno dato un contributo importante per la ricerca.

“In passato – ha affermato la professoressa Covolan – mi ero detta ‘un giorno vorrò raccontare le storie degli internati’ e ci sono riuscita. Quando vado nelle scuole a parlare di questi argomenti, il mio pensiero va sempre a mio padre e voglio ringraziarlo per quello che è stato. Gli internati militari non avevano le tutele della Convenzione di Ginevra del 1929. La loro vita era durissima e soffrivano la fame. A molti di loro è stato proposto di tornare a combattere con il rinato esercito della Repubblica Sociale Italiana. Se rispondevano di no, veniva ridotto il vitto e l’alloggio di un quarto, ma dovevano continuare a lavorare. Circa l’80% degli internati si rifiutò di tornare a combattere con i fascisti”.

“Fu un primo esempio di resistenza senza armi – continua -, contrario ai regimi che fanno della violenza la loro bandiera. Purtroppo, fu un sì alla fame e al lavoro forzato nelle campagne, nelle ferrovie e nelle fabbriche dove si producevano grandi armamenti. Tanti morirono sotto i bombardamenti, a causa delle malattie o delle violenze. Dopo il mese di aprile 1945, 495 mila prigionieri italiani tornarono a casa, ma alcuni di loro pesavano 38 chili. In realtà gli italiani furono gli ultimi a tornare (dal mese di agosto del 1945) perché erano considerati ‘alleati del nemico‘ dagli inglesi e dagli americani”.

“Al ritorno – aggiunge – vennero sottoposti a due interrogatori -: uno nel centro di raccolta e uno nel distretto militare. Grazie a questi interrogatori, siamo riusciti a risalire ai campi di concentramento dove hanno vissuto molti internati. Al rientro in patria hanno trovato un ambiente ostile, perché c’era chi li considerava dei collaborazionisti. Per questo motivo, diversi internati si chiusero in un silenzio che è durato tanti anni: ‘Cosa racconto se non mi credono?'”.

“All’inizio – conclude -, nelle famiglie si sono avuti solo piccoli spezzettoni di questi racconti. Io sono qua per questo, per raccontare quella storia che gli internati pederobbesi non hanno saputo raccontare perché il dolore era troppo. Al loro ritorno in Italia, per come sono stati trattati, si sono sentiti nuovamente violati. Ricordiamo anche i 4 morti di Pederobba nei lager, Angelo AntoniazziGiovanni AntonelloPierino Bedin e Rigo Pasetti, ma sicuramente ce ne sono di più. Antoniazzi ce l’ho nel cuore perché ha preparato tanti ragazzi di Pederobba all’esame di quinta elementare”.

Il coro Voce Alpina

Dopo l’introduzione storica, il Coro Voce Alpina ha cantato “L’ultima notte” e “Maria lassù” di Bepi De Marzi. Successivamente, sono stati consegnati i primi 10 attestati alle famiglie di Alba Quinto, Angelo Antoniazzi, Mario Bazzacco ’11, Mario Bazzaco ’21, Angelo Bedin, Gilberto Bolzonello, Riccardo Bonetto, Giosuè Bonetto, Secondo Calabretto e Giovanni Carretta. 

Dopo l’esibizione al clarinetto di Cassandro sono stati consegnati altri 10 attestati alle famiglie di Luigi Covolan, Anselmo Covolan, Anselmo Dal Busco, Emilio De Franceschi, Costante De Mori, Giovanni Durighello, Pietro Farnea, Emilio Guadagnin, Silvio Menegol e Bruno Michielon.

Una delle famiglie degli internati riceve l’attestato

Dopo la seconda esibizione di Cassandro, sono stati consegnati gli ultimi 9 attestati alle famiglie di Giacomo Panno, Giovanni Pasetti, Rigo Pasetti, Walter Pasetti, Eligio Pasqualetti, Bruno Piccolo, Romeo Piccolo, Bruno Stanghellini e Antonio Suman. La cerimonia è terminata con le storie della deportazione di Anselmo Dal Busco e Antonio Suman.

(Foto: Qdpnews.it ©️ riproduzione riservata).
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