Vajont, il racconto dell’alpino Giovanni De Stefani: fu tra i primi soccorritori ad arrivare

Giovanni De Stefani, alpino di 82 anni, tra i primi soccorritori ad arrivare sul posto della tragedia

9 ottobre 1963. Una data destinata a rimanere indelebile tra le pagine della storia: quella sera, alle ore 22.39, Longarone (e altri paesi del fondovalle) venne letteralmente spazzata via da un’onda d’acqua alta 250 metri, provocata da una frana caduta dal Monte Toc.

La frana cadde dentro l’invaso della diga Vajont e l’onda d’acqua creatasi, superò la diga stessa. L’acqua toccò prima i paesi vicinanti di Erto e Casso, per poi riversarsi con violenza sul fondovalle. Tutto venne spazzato via, case e vite umane: morirono 1.910 persone.

Che l’area in cui era stata costruita la diga, dalla società elettrica privata Sade, avesse delle problematiche geologiche, era cosa nota da tempo. A nulla, però, servirono i continui appelli da parte della popolazione, consapevole della situazione, e i numerosi articoli sulla questione scritti dalla giornalista Tina Merlin: nessuno ascoltò, o volle ascoltare, queste continue grida di allarme.

Neppure le frane e i terremoti, verificatisi nei mesi precedenti alla tragedia, furono sufficienti a scuotere coloro che avrebbero potuto intervenire.

Una data, quella del 9 ottobre 1963, che forse per le nuove generazioni rappresenta una storia da ricordare ma lontana, mentre per altri, invece, resta un ricordo vivido, che li accompagna da sempre e si fa sentire soprattutto oggi, a 60 anni di distanza, con forza e suscitando internamente delle emozioni contrastanti.

Tra questi c’è anche Giovanni De Stefani, alpino di 82 anni, residente a Refrontolo, all’epoca poco più che ventenne, il quale fu tra i primi soccorritori ad arrivare sul posto: “Ci trovammo di fronte a un disastro”, sono oggi le prime parole che ha pronunciato nel ricordare quanto avvenuto.

La storia di Giovanni De Stefani, tra i soccorritori del disastro del Vajont

Sono passati 60 anni, ma Giovanni De Stefani conserva ancora con orgoglio il cappello da alpino che indossava quella tragica notte. Un cappello dove, successivamente, è stata posta una medaglia di bronzo, da lui ricevuta “In segno di riconoscenza”, per l’aiuto che prestò ininterrottamente per un mese, insieme ai suoi compagni.

“Mi trovavo alla caserma Fantuzzi di Belluno, per fare il servizio militare – inizia così il racconto di De Stefani – Ricordo che era mezzanotte e mezza quando suonò l’allarme in caserma. Ci alzammo di corsa e venimmo presto radunati: chiedemmo cosa fosse accaduto e perché l’allarme avesse suonato. Ci diedero in mano badili e picconi. Poche parole, nessuna spiegazione alle nostre domande. Nessuno ci spiegò cosa saremmo dovuti andare a fare. Il tenente ci disse soltanto una frase: ‘Potrà capitare che vediate dei morti'”.

“Salimmo sui camion, ma ci fermammo ben prima di Longarone, all’una di notte: si poteva proseguire solo a piedi. La statale per Cortina era stata spazzata via: seppi dopo che, con la strada, l’acqua aveva trascinato con sé diverse macchine e, addirittura, una corriera di turisti – prosegue – E così ci mettemmo in cammino, ignari di cosa avremmo trovato, con tante domande e poche spiegazioni ricevute. Forse si trattava di un intervento di routine, pensammo. Ad un certo punto arrivammo a Longarone e fu così che trovammo un disastro“.

Giovanni De Stefani riferisce che, di fronte a quello scenario, si misero subito a scavare, in silenzio, anche se soltanto due giorni dopo vennero a sapere esattamente cosa fosse accaduto.

L’attestato di merito ricevuto dieci anni fa e il cappello di alpino indossato durante i soccorsi

“Durante il tragitto verso Longarone, iniziai a notare delle mucche morte: una in particolare era molto gonfia, capii dopo che ciò era a causa dell’acqua – continua – Lavorammo con il compito di trovare i sopravvissuti: noi dovevamo scavare, le salme potevano essere toccate soltanto dai Vigili del Fuoco. Ad un certo punto sentimmo un bambino piangere, si trovava sotto le macerie: scavammo e lo trovammo, vivo”.

Si trattava di un ragazzino di 11 anni, rimasto incastrato sotto le macerie della propria abitazione. Venne estratto vivo e, successivamente, portato in ospedale. La stessa sorte non la ebbero i genitori, il fratellino e uno zio, che persero la vita quella notte.

Dieci anni fa, Giovanni De Stefani ebbe modo di incontrare di nuovo quel bambino, nel frattempo divenuto uomo.

Il destino fu benevolo con lo stesso De Stefani, quel 9 ottobre 1963: lui, assieme a un commilitone, avrebbe dovuto fare da guardia a un ponte sul Piave a Longarone, che avevano allestito in precedenza, portando del materiale in loco.

All’ultimo minuto, però, altri due commilitoni presero il loro posto: i due giovani morirono sotto l’acqua della diga e i loro corpi non furono mai più ritrovati. Ancora oggi Giovanni De Stefani ricorda i loro nomi e un sorriso triste accompagna le sue parole, mentre racconta i momenti trascorsi assieme in caserma.

“Se io sono ancora qua, lo devo al destino: una settimana prima del fatto, eravamo andati a Longarone, per portare dei pannelli necessari a costruire un ponte di manovra sul Piave – spiega – Servivano dei volontari che facessero da guardia al ponte e io mi offrii per quel compito, poi alla fine scelsero altri due compagni. Ancora oggi non posso scordare i loro nomi: uno si chiamava Florindo Pretto, da Vicenza, l’altro era Giovanni Oriani, da Ascoli Piceno. Li hanno cercati tanto ma, da quello che so, non li hanno mai più ritrovati. Sono rimasti là”.

“A distanza di anni, ho continuato a pensare che avrei potuto esserci io al loro posto: i loro nomi mi sono rimasti impressi, il destino ha voluto così”, aggiunge.

La macchina dei soccorsi nelle prime ore dalla tragedia

“Ricordo ancora oggi, che, quando arrivammo, c’era un vento fortissimo, che mi fece venire il mal di testa, e tanto silenzio. Nonostante questi primi segnali che qualcosa era accaduto, noi andavamo avanti: non eravamo spaventati, semplicemente non sapevamo a cosa stavamo andando incontro – continua così il racconto dell’alpino – Tutto era buio ma, alle prime luci dell’alba, lo scenario che ci circondava iniziò a farsi più chiaro e guardammo meglio quello che c’era al posto di Longarone. Fu una brutta impressione: tutto era stato raso al suolo. Erano rimaste in piedi solamente due-tre case su una collinetta e una vicina al cimitero, dove un signore ci diede da bere”.

“Ci fecero una foto mentre stavamo scavando, eravamo tra i primi soccorritori sul posto: fu il fotoreporter Bepi Zanfron. Ricordo che, in quel momento, stavo lavorando e sollevai la testa. Furono alcuni miei conoscenti a ritrovare quella foto, qualche anno fa, in occasione di una manifestazione, organizzata in ricordo della tragedia – aggiunge – Lavorammo lì per un mese. La sera venivano messi in fila i morti e poi portati via con i camion. Noi intanto scavavamo, a testa bassa e in silenzio: eravamo giovani, lavoravamo più che pensare”.

Alla domanda di quale ricordo gli sia rimasto di più impresso nella mente in tutti questi anni, De Stefani risponde senza esitazione: la disperazione dei parenti, specialmente quelli che si trovavano all’estero e che, alla notizia della tragedia, avevano fatto ritorno in fretta in furia al paese.

“Dopo qualche giorno iniziarono ad arrivare i parenti dall’estero, principalmente dalla Germania, e le persone che dal paese erano andate a lavorare da un’altra parte – racconta – Ricordo che arrivò tanta gente: piangeva, si lamentava, veniva da noi militari, urlava dalla disperazione. Ecco, ricordo tante urla, molta disperazione, ma anche tanta rabbia. La gente era davvero arrabbiata e io subito capii lo stato d’animo di quelle persone: si immagini, andare a lavorare all’estero, per poi tornare in paese e non trovare più nulla, né la casa, né le persone. Ancora oggi risento quelle grida, fu una brutta cosa“.

“Noi cosa potevamo fare di fronte a tanta disperazione? Parlammo con la gente, cercammo di tranquillizzarla – prosegue – Poi, nei giorni seguenti, arrivarono i sindaci dei Comuni vicini e anche il presidente della Repubblica dell’epoca, Antonio Segni“.

La macchina dei lavori non si concentrò solamente a Longarone: De Stefani infatti specifica che costruirono una teleferica, necessaria a portare del cibo ad esempio a Erto, zona rimasta completamente isolata.

“Lavoravamo e ogni tanto guardavamo la diga, chiedendoci: ‘Ma come è accaduto tutto questo? La diga è ancora là!’ – aggiunge – Uno dei ricordi più brutti è di quando trovammo un bimbo nell’acqua, senza vita: inizialmente pensammo fosse un bambolotto, da quanto era gonfio”.

Il ricordo negli anni della tragedia del Vajont

Quel gruppo di soccorritori si è poi riunito 10 anni fa, il 15 settembre 2013, in vista del 50esimo anniversario della tragedia: tra loro c’era anche Giovanni De Stefani, che ha ricevuto insieme agli altri un attestato di merito per quanto fatto, perché “con indomito spirito di sacrificio, generosità, dedizione e mirabile sensibilità umana, dava un elevatissimo contributo nell’opera di soccorso alle popolazioni colpite”, come si legge nel documento.

Una volta sentito il suo racconto, sorge però spontaneo chiedergli quali emozioni e sensazioni susciti ogni anno l’anniversario del Vajont. A questa domanda le parole dell’alpino si bloccano, rimane in silenzio e lo sguardo diventa quasi lucido: sicuramente starà passando in rassegna tanti pensieri, privati.

Poi Giovanni rompe il silenzio e dice che, ogni volta che passa in quelle zone, gli tornano in mente quei momenti: “Là ci sono ancora tanti amici”, aggiunge brevemente. 

La moglie Nadia, che sta accanto al marito, mentre quest’ultimo racconta i fatti, conferma che negli anni (specialmente durante i primi tempi del matrimonio) il marito ha parlato spesso di quanto vissuto.

“Si vede che il Vajont gli è rimasto dentro”, il commento della moglie. Intanto Giovanni De Stefani indossa ancora una volta in testa quello stesso cappello che aveva la notte della tragedia e, rivolgendosi alla consorte, le dice: “Sono passati 60 anni, potremmo tornare a Longarone e salutare chi è rimasto”.

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata – per gentile concessione di Gianni Sossai).
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