Santa Libera a Fontigo e Sant’Antonio Abate a Falzè di Piave: la devozione popolare si fa opera di arte e di fede tra le case

Nel “mirabile ambiente delle risorgive” di Fontigo sorge il santuario ottagonale di Santa Libera, costruito su progetto di Giovanni Varlonga da Moriago (1912) sul sedime di una precedente cappella (1894), che sostituiva a sua volta un’edicola medievale posta lungo l’argine della Piave e contenente un affresco con Madonna e santa Libera “inginocchiata in atteggiamento di preghiera”, che veniva illuminata di notte per indicare agli zatieri bellunesi il pericolo dei massi affioranti.

All’interno conserva un dipinto del pittore solighese Giovanni Zanzotto (1888-1960). A fine Ottocento la devozione per questa santa “protettrice delle famiglie e dei bambini” era ancora molto sentita, se in una lettera del 1889 Donato Zambon da Soligo, emigrato a Campinas (Brasile), ricorda ai compari di soddisfargli un voto da lui “fatto, ma non eseguito”, portandosi al santuario per “rivolgere un po’ di preghiera alla santa […] in ringraziamento di essere liberati da tanti pericoli da molto tempo ed insino al presente” e per “portarle anche due misure d’olio […] per far celebrare tre Messe”.

Secondo la Passio di sant’Elofio (XI secolo) Libera era una religiosa gallica fatta decapitare ai tempi dell’imperatore romano Flavius Claudius Iulianus (362), a cui profetizzò la punizione per la sua apostasia. Sepolta a Gand in Francia, viene invocata a protezione dei naufraghi e contro la mortalità degli animali domestici e i flagelli nocivi al raccolto (come a Roncjis in Friuli), mentre a Salzan (diocesi di Belluno) viene supplicata dalle spose per ottenere la grazia di un parto felice.

A Falzè di Piave si trova invece un altro edificio religioso di importanza popolare: attestata come filiale della parrocchiale di San Martino di Falzè con il titolo di Santa Maria dei Bechèri (XVI secolo), nel corso del XVII secolo assunse la titolarità di Sant’Antonio Abate, il monaco egiziano del III secolo che fu capofila dei Padri del Deserto.

Costituita da un’unica navata, custodiva nell’altare maggiore la pala della Madonna in trono con Bambino tra i santi Andrea e Bartolomeo di Francesco da Milano (1537), esponente di primo piano dell’arte provinciale veneta della diocesi di Ceneda della prima metà del Cinquecento (G. Mies).

Nel 1649 il parroco Giovanni Giacomo Ceresi da Cremona la ammodernò, facendo costruire a Lorenzo Coradino un elegante altare in legno e stucco dipinti per collocare il quattrocentesco affresco della Madonna col Bambino in trono tra due Angeli adoranti, staccato a massello e racchiuso “entro una cornice in legno e stucco dipinti di gusto sansovinesco” (G. Fossaluzza).

Opera di un frescante locale, appare “un po’ rozza, ma piena di vita nel sorriso del bimbo e nell’occhio luminoso della madre” (A. Moschetti) con “scelte cromatiche non prive di coraggiosi accostamenti, la capacità di rendere plasticamente gli incarnati e […] la materia pittorica particolarmente compatta” (S. Bevilacqua).

Nonostante lo schematismo compositivo e l’arcaicità nella definizione plastica, negli Angeli (posti in adorazione a mani incrociate al petto e in perfetta specularità) si nota “la ricerca di una plasticità più risoluta e ad un tempo sintetica”, nonché “una certa ingenua solennità non priva di coerenza” (G. Fossaluzza).

Esplicitamente legato alla devozione popolare è l’affresco sulla parete destra della Madonna col Bambino in trono tra i santi Rocco e Sebastiano (1515), ove Rocco (il santo pestilenziale per eccellenza) e Sebastiano (patrono dei bechèri) sono rappresentati con “vivacità cromatica” (S. Bevilacqua).

(Fonte: Giuliano Ros).
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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