“Essere Gay e cattolico non è un tabù”: mentre i conservatori si schierano contro il Pride, nelle parrocchie sacerdoti e fedeli vogliono sfatare certi miti 

Il Treviso Pride, che nel fine settimana ha inondato di colori e musica le vie della città, ci ha mostrato le due anime contrapposte del mondo cattolico rispetto alla comunità LGBT. 

Da una parte ci sono i cattolici conservatori, quelli che sabato si sono riuniti per pregare di fronte al Duomo ed “espiare i peccati” della comunità arcobaleno, mentre dall’altra ci sono ragazzi e ragazze cattolici e omosessuali che, assieme alle loro famiglie, stanno portando avanti una battaglia per affermare che “essere gay e cattolici” non è un tabù

“Il coming out di nostro figlio non è stata un’esperienza drammatica, ma peggio – racconta un rappresentante di “3VolteGenitori”rete nazionale di genitori credenti con figli e figlie LGBT presente sabato al Pride -. Nostro figlio è stato ‘sbattuto fuori a calci’ dalla parrocchia e noi ci siamo trovati disorientati, ci siamo chiusi in noi stessi. In un secondo momento, anche grazie al web, abbiamo capito che non eravamo gli unici genitori a trovarsi in questa situazione: così abbiamo creato una vera e propria rete a livello nazionale che consente ai genitori, e ai loro figli, di condividere esperienze personali, ciascuna diversa, e portare l’attenzione sul tema dell’essere omosessuale in una comunità cattolica. Abbiamo anche organizzato delle veglie molto sentite, a cui partecipano anche laici, per sensibilizzare sul tema, ma non tutti i vescovi mostrano apertura”. Va sottolineato però che c’è una parte della Chiesa che al contrario sta abbracciando un nuovo percorso di accoglienza. 

Il coming out di Matteo: “Mi dissero di fare delle terapie per guarire dall’omosessualità”

Matteo, 31enne di Fossalta di Piave, ha portato la sua testimonianza in occasione dell’ultima veglia, svoltasi a Treviso alla parrocchia di San Giuseppe, in occasione dell'”anteprima” del Pride, il Q.Pido – Treviso Equality Festival il mese scorso. La veglia si è svolta il 19 maggio maggio, in prossimità della Giornata contro l’omofobia e transfobia, il 17 maggio, in contemporanea con quelle di altre diocesi del territorio. 

“Mi chiamo Matteo e sono un ragazzo gay”. È iniziata con queste parole la lettura di Matteo in chiesa, in cui il giovane ha condiviso il proprio lungo e doloroso percorso di accettazione. “Nel 2013 – prosegue – nel mio vicariato si fece un incontro di rete sull’omosessualità in cui c’era un uomo che si riteneva ‘guarito dall’omosessualità’, e una psicologa che affermava che fosse una malattia da cui si poteva appunto ‘guarire con terapie riparative’. In quel periodo ero molto fragile, anche perché la mia adolescenza era stata travagliata dal cyberbullismo, e fui così ingenuo da crederci in quelle sue parole e da chiedere il contatto di quella psicologa. Rimasi sotto la sua terapia riparativa per circa tre anni, tempo in cui mi disse che le pulsioni che avevo verso gli uomini le dovevo reindirizzare in qualcosa di creativo”. 

Tutto cambia per Matteo quando gli capita di incontrare Marco, un ragazzo che come lui faceva volontariato per Azione Cattolica a Treviso. Da lì l’interruzione della ‘terapia riparativa’ e l’inizio di un percorso con un alto terapeuta che lo riporta alla realtà dei fatti: “Questo psicoterapeuta fu il primo a dirmi che l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano, e da lì mi crollò un mondo, non volevo crederci, non volevo perdere l’amicizia con Marco per colpa del mio orientamento sessuale. Infatti nel mio piccolo contesto non conoscevo nessuna persona omosessuale che potesse darmi una mano ad accettare la cosa, l’unico posto più vicino dove avrei potuto condividere i miei stessi interessi con ragazzi della mia età era l’Arcigay di Padova a 60 chilometri da Fossalta”. 

La lunga lettera di Matteo prosegue raccontando il passo successivo, lungo e travagliato, che l’ha portato prima al coming out e poi alla liberazione finale dei propri sentimenti. ” Oggi sono una persona più libera e spontanea, sono riuscito a coltivare delle belle relazioni, non ho quasi più paura di dimostrare i miei sentimenti verso le persone, e assieme ai gruppi di giovani LGBT cristiani di Mestre, Treviso e Padova ho cominciato a raccontare la mia storia in varie realtà diverse, come scuole, gruppi scout, gruppi parrocchiali, associazioni ed eventi come questo che stiamo facendo qui ora la prima volta nella nostra diocesi di Treviso. Posso dire che sto cercando, tramite le mie croci passate e quelle correnti presenti nella mia storia, di donare fecondità nel cuore di ognuno che mi ascolta. Perché l’ascolto e il dialogo sono gli strumenti più adatti per migliorare tutte le forme di amore presenti in ciascuna comunità. Non c’è amore di serie A e di serie B, c’è solo amore”. 

Le parole di don Giorgio della parrocchia di San Giuseppe: “Si faccia un passo verso un’universalità dell’amore, che abbracci l’unicità di tutti”

Don Giorgio Riccoboni, parrocco di San Giuseppe racconta che “la veglia è stato il traguardo di un percorso condiviso con sacerdoti di altre diocesi, alcuni interessati personalmente, altri invitati dal vescovo ad affrontare questo percorso pastorale“. 

“Per noi sacerdoti – prosegue – rappresenta un impegno di accoglienza e accompagnamento di persone credenti nel loro naturale orientamento affettivo. Ci siamo incontrati in passato anche in occasione di convegni di livello nazionale, tenuti proprio per aiutare e focalizzare meglio quale può essere il nostro impegno pastorale in tal senso. L’ultimo si è svolto a Bologna, nella Casa dei Gesuiti, dove risiede padre Pino Piva, incaricato a livello nazionale per una riflessione sul tema, che mi ha chiesto di fare da riferimento su questo tema nella mia area territoriale, anche in collaborazione con altre diocesi, e in particolare con don Nandino, parroco a Venezia”.

“Da parte della Chiesa c’è l’apertura di uno spazio per un cammino, per un dialogo fecondo all’interno del quale riconoscere la volontà di Dio verso queste persone che non si sentono accettate, solo per il modo in cui l’amore si rivela nelle loro vite. Prestare, come dire, ‘servizio’ in quest’ambito per me è un arricchimento personale, mi sento più servito, nella migliore accezione del termine, che un servitore.  L’aldilà che noi speriamo si presenta nella storia come sconfinamento, nel passare i confini e le frontiere. La veglia è stata più che un piccolo seme, bensì un grande passo che mi auguro possa generare molti altri passi, nonostante non tutti la vedano allo stesso modo. Ma penso che ci sia sempre una buona battaglia da compiere, l’importante è avere in mano non una spada che uccide, ma una parola forte, che sappia penetrare le diverse resistenze e armature che ciascuno si costruisce, verso un’universalità dell’amore che si coniughi con la diversità e l’unicità di ciascuno, non l’omologazione”. 

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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