Federico, eroe della sostenibilità domestica

Re-fè, dai una seconda vita alle tue capsule caffè

Possiamo criticare le grandi industrie, gli altri Paesi e gli interessi delle famose multinazionali tanto discusse, ma la verità è che la sostenibilità parte anche (e soprattutto) dalle piccole cose. Parte dal chiedersi dove vanno a finire quegli oggetti, apparentemente insignificanti, che quotidianamente ci passano tra le mani e poi via, nel cestino dell’indifferenziata.

Due anni fa, Federico Girotto, ventottenne trevigiano con una formazione da graphic designer, ha avuto la sensibilità di notare che, a casa dei suoi, le capsule del caffè venivano accumulate e poi smaltite nel non-riciclabile. Il mercato delle macchinette del caffè e anzi, più che altro delle capsule stesse, è cresciuto enormemente negli ultimi anni, forse a causa della vita sempre più frenetica che ci troviamo ad affrontare. E mentre noi oggi non possiamo permetterci il lusso di perdere tempo a prepararci la moka, nella nostra fretta da consumatori inarrestabili accumuliamo 576 milioni di kg di rifiuti relativi alle capsule di caffè ogni anno.

Le capsule sono composte principalmente di plastica o alluminio e residui del caffè: il loro limite sta nella necessaria divisione degli elementi, per procedere al riciclo. Una volta separate però l’alluminio che i “fondi” del caffè sarebbero risorse particolarmente di valore in un’ottica di riciclo: il problema sta nel fatto che, prima dell’idea di Federico, a pochissimi importava di dove quei 48 miliardi di capsule andassero a finire. Soltanto alcuni le portavano ai punti di raccolta, non troppo capillari sul territorio, per garantir loro un corretto smaltimento.

“Il mio progetto dà una seconda vita alle pause caffè” spiega entusiasta, mostrandoci un curioso strumento trasparente, dal funzionamento semplice quanto efficace. Assieme ad altri quattro colleghi, Federico ha infatti sviluppato uno strumento d’uso domestico molto semplice che permette di slegare le componenti e riciclare correttamente i singoli materiali: basta inserire la capsula nello scompartimento, chiudere il tappo e poi premere, con la caduta dei fondi di caffè nel serbatoio di vetro e la separazione invece la parte in alluminio.

Federico Girotto

Oltre all’alluminio, che è riciclabile al 100% (al contrario per degradarsi richiede 500 anni), anche i fondi di caffè possono essere utili per un’infinita lista di operazioni, di cui Re-fè parla nella propria comunicazione social: dallo scrub per il viso alla pomata antizanzare. In più, questi ragazzi stanno studiando anche l’utilizzo di questi fondi nei così detti biomateriali (nella fotografia un esempio di forma, un vasetto, ricreata con questi materiali). Oggi questo prodotto, viene principalmente venduto attraverso l’e-commerce, ma l’obiettivo della Re-fè è quello di mettere a disposizione il progetto per un futuro open source: ovvero rendendo autonomi i cittadini, che potranno creare l’oggetto in autonomia con una stampante 3D.

Il contenitore viene realizzato in un’azienda di Mestre ed è stato creato in modo che possa fungere anche da qualcos’altro alla fine del suo percorso: viene stampato in 3D e, chiaramente, con materiali in bioplastica riciclata. “Recentemente abbiamo creato una versione analoga, il Twist, che è più economico e funziona con qualsiasi capsula monouso”. Così Federico, al bar del suo spazio di coworking “Bloom”, ordina un cappuccino e ci racconta com’è arrivato fin qui, vincendo assieme ai suoi colleghi, il Creativity Startup 2022.

“Dopo una laurea e un master in Interaction design a Barcellona, nella mia vita ho fatto un cambio radicale di rotta e da lì ho capito quale sarebbe stata la mia strada. Mentre studiavo ho sempre lavorato, sia con la fotografia sia nel design, nel marketing e nella comunicazione. Unendo queste competenze, mi sono messo a pensare a cosa si potesse sviluppare dal punto di vista della sostenibilità. Così ho sviluppato installazioni digitali a destinazione museale, a carattere interattivo e multimediale, opere che spieghino per esempio il cambiamento climatico, l’impatto dell’aumento della temperatura sull’oceano o l’acidificazione dell’habitat delle specie marine”.

Quando hai iniziato a sentire questi temi così vicini a te?

Questo tema è sempre stato centrale nella mia vita. I progetti che sviluppo rispondono concretamente ai problemi della sostenibilità ecologica. Diversi anni fa ho iniziato a collaborare con una comunità no profit per tematiche legate al mare, da lì mi sono evoluto e ho potuto lavorare, per esempio, con l’Unesco, sviluppando progetti capaci di darmi grandi soddisfazioni.

All’estero non avresti, forse, trovato un tessuto sociale più sensibile a quest’urgenza?

Queste tematiche sono più sentite all’estero, certo, ma le mie radici sono comunque legate a Treviso. Per questo sono tornato in Italia, con l’idea di fare qualcosa per il mio territorio e portare un cambiamento, o almeno provarci. Qui al Bloom organizziamo per esempio il CinCir, l’aperitivo circolare, occasioni informali in cui parliamo di questi temi, e abbiamo collaborato anche con le scuole. Per esempio, abbiamo sviluppato un kit fai da te per permettere a chiunque di poter realizzare oggetti a partire dai propri scarti del caffè.

Ovviamente qui a Treviso c’è un aspetto estremamente positivo, che è l’altissimo livello imprenditoriale. L’economia qui è solida e unire questi due concetti può creare a mio avviso un grande vantaggio, specialmente a lungo termine. Anche le nuove generazioni sono molto propense a lavorare in aziende dove questi concetti siano definiti prioritari.

(Foto e video: Qdpnews.it ©️ riproduzione riservata).
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