I pesci d’acqua dolce nella tradizione della Marca trevigiana: il pesce d’acqua dolce nelle abbazie medievali

Particolare dell’Ultima Cena (XV sec. – San Polo di Piave)

Il pesce dei fiumi e dei laghi della Marca Trevigiana fu per secoli considerato res nullius, ovvero cosa di nessuno a disposizione di chiunque volesse trarne profitto. Con l’avvento del Medioevo pesci, gamberi e lamprede, così come lumache e rane, assunsero i contorni via via sempre più netti di risorsa esclusiva associata al patrimonio fondiario ecclesiastico, feudale o civico.

Un intreccio non sempre coerente di poteri che talvolta, sovrapponendosi o urtandosi reciprocamente, limitarono e condizionarono l’esercizio della pesca, appannaggio di categorie molto diverse fra loro: pescatori di mestiere, bracconieri, contadini che alternavano le fatiche dei campi a battute occasionali nei canali irrigui, proprietari di mulini con accesso diretto a rogge e torrenti, torme di ragazzini affamati e orgogliosi di poter contribuire al bilancio familiare.

I monaci medievali, anche nel Trevigiano, furono fra i maggiori consumatori di pesce d’acqua dolce. A causa dei severi precetti religiosi, il pesce di fiume o di lago rappresentava infatti un elemento indispensabile alla sopravvivenza delle comunità ecclesiastiche che, lontane dal mare, si sarebbero dovute altrimenti accontentare di merluzzi e aringhe sotto sale. Se si contano tutti i venerdì, il periodo di Quaresima, la novena di Natale e le festività dedicate ai principali santi, i giorni “di magro” erano davvero tanti e poter disporre di cibi freschi era assolutamente essenziale.

Nella Marca Trevigiana il Basso Medioevo coincise con la fioritura di comunità monastiche dedite alla bonifica fondiaria, all’agricoltura, alla preparazione di medicamenti naturali, all’insegnamento, allo studio e alla copiatura di testi sacri. Giorgio Spironelli, uno dei più attenti studiosi del territorio, fra le principali abbazie della Marca cita quelle di Santa Bona a Vidor, di Santa Maria di Sanavalle a Follina e di Sant’Eustachio a Nervesa.

In alcune abbazie medievali fece capolino una figura singolare, quella del “frate acquario” incaricato di sovrintendere all’amministrazione delle acque di pertinenza abbaziale e della pesca che andò ad affiancarsi al “cellario” responsabile della dispensa.

Se i monaci della Marca scandagliavano meticolosamente le acque alla ricerca di pesci e gamberi, crebbe parallelamente il loro interesse per l’allevamento di alcune specie. Per questo scopo furono allestite delle vasche artificiali, dette peschiere, dalle quali i religiosi potevano approvvigionarsi di pesci sia per la dieta quotidiana che per allestire banchetti in occasioni particolari. A Follina la vasca del chiostro centrale, attraverso sbarramenti e canalizzazioni, alimentava con le proprie acque diversi vivai e peschiere.

Fra le specie maggiormente apprezzate dai “frati acquacoltori” vi era l’anguilla, dotata di straordinarie doti di vitalità e resilienza; nei refettori si servivano anche barbi, tinche (tenche), lucci (luzhi, lussi) e cavedani (squai) reputati dai medici un “cattivo nutrimento” e come tale assimilati a una sorta di atto penitenziale. Altrettanto frequenti erano le fritture di lasche (marcàndole), scardole (sgàrdole, scàrdove) e sanguinerole (lanfresche) catturate in acque libere.

Se l’ingegno dei monaci si traduceva nella realizzazione di ambiziosi progetti nei quali rogge, mulini, canali e peschiere consentivano la sopravvivenza e la prosperità del convento, contemporaneamente i vescovi ricevevano periodici donativi sotto forma pesce pregiato (trote, temoli, storioni) quale contropartita per l’autorizzazione a pescare nelle proprietà ecclesiastiche.

L’eventuale surplus di pesce dell’abbazia veniva essiccato, messo sotto sale, affumicato oppure conservato in ghiacciaie o neviere antesignane dei moderni congelatori. Un’antica ricetta benedettina prevedeva di stipare il pesce nei barili e ricoprirlo con una marinatura di acqua, zucchero e abbondanti erbe aromatiche.

Gli acquisti di pesce per l’abbazia trovano puntuale riscontro nei libri contabili tenuti dai frati economi, parsimoniosi nella quotidianità e altrettanto munifici nel caso di visite al monastero da parte di alti prelati. E nei ricettari monastici, medievali e non solo, si possono rintracciare elaborate tecniche culinarie per rendere appetibili le specie più scadenti, variare i sapori, prevenire o curare alcune malattie.

Cibo indicato per i giorni di astinenza e penitenza il pesce d’acqua dolce, se manipolato da cuochi esperti, può tuttavia trasformarsi in alimento peccaminoso e irresistibile. Papa Martino IV (1210 – 1285), uomo pio e intelligente, non seppe resistere alla tentazione delle anguille di Bolsena annegate nella Vernaccia: un peccatuccio apparentemente insignificante che tuttavia costò caro a Martino che, per qualche bisàta di troppo, si ritrovò in Purgatorio nella cerchia dei golosi.

(Foto: Wikipedia).
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