I pesci d’acqua dolce nella tradizione della Marca trevigiana: il pigo

Il pigo

Nell’affascinante volumetto “La Pesca nella Provincia di Treviso” (1877) il naturalista Alessandro Ninni liquida il pigo in poche righe: “Vive nei fiumi ma è piuttosto raro. Il maschio nella primavera fiorisce.”.  Un dettaglio, la fioritura, che già nel I secolo d.C. aveva catturato la curiosità di Plinio il Vecchio. Di che si tratta? Procediamo con ordine.

La rarità del pigo o rutilo italiano (Rutilus pigus) trova conferma in uno studio pubblicato nel 2007 dal Parco del Ticino e nel quale il pesce, fra quelli autoctoni, è considerato il meno frequente e il meno studiato. In Veneto è censito nei fiumi Brenta, Livenza, Adige, Piave e Sile: una situazione talmente preoccupante da sollecitarne l’inserimento nella “Lista Rossa” delle specie a rischio di estinzione.

Il pigo ha una sagoma slanciata, ovaliforme e compressa ai lati. Il corpo è ricoperto di scaglie, l’occhio piccolo e la livrea, scura sul dorso e biancastra sul ventre, esibisce riflessi bronzei, dorati e argentati. Un segno distintivo che differenzia il pigo da altre specie provenienti dall’estero è il colore grigio scuro delle pinne.

Pesce onnivoro si nutre di alghe, frammenti vegetali, insetti, piccoli crostacei, vermi e occasionalmente di uova e avannotti di altre specie; nelle nostre acque può raggiungere anche il mezzo metro di lunghezza e superare i due chili di peso.

Conosciuto nella Marca Trevigiana con diversi nomi dialettali (sajòn, aguajà, asià, pig, saurìn) ama le acque calme con fondali ghiaiosi e tappezzati di alghe. Di indole gregaria, in età giovanile forma branchi numerosi nei quali nuota pacificamente insieme alle alborelle. Circa la fioritura del pigo questa avviene durante il periodo riproduttivo quando i maschi si coprono sul capo e sul dorso di strane protuberanza bianche dette bottoni nuziali.

A minacciare questa peculiare specie ittica, a parte le consuete malattie virali o batteriche, l’avidità dei cormorani o dei pescatori di frodo e l’inquinamento intervengono due ulteriori cause. Il repentino abbassamento del livello idrico per cause naturali o artificiali che può lasciare all’asciutto i banchi di uova; l’ibridazione con specie alloctone quali il gardon (Rutilus rutilus) con conseguente compromissione del patrimonio genetico originario. 

Vista la rarità, anche in passato il pigo doveva essere una preda occasionale per i pescatori trevigiani che probabilmente se lo ritrovavano di quando in quando nelle nasse, nelle bilance (balanse), nei bertovelli o nelle diverse tipologie di rete (olandina, trata o rissajo).

Annoverato nella vasta categoria del “pesce bianco d’acqua dolce” il pigo ha una carne buona ma piena di lische che spesso ne pregiudicano la popolarità. Poco presente nella tradizione gastronomica trevigiana è molto più conosciuto nelle località lacustri della Lombardia dove rientra nei prodotti tipici del territorio. In passato si usava essiccarlo e conservarlo pressato sotto sale in caratteristici barilotti per poi cucinarlo come una sorta di “baccalà d’acqua dolce” accompagnato da fette di polenta. Oggi, chi volesse gustarlo, deve armarsi di pazienza e raggiungere il lago di Como dove l’elusivo pigo si cela sotto lo pseudonimo di “squartone del Lario”.

(Foto: Wikipedia).
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