I pesci d’acqua dolce nella tradizione della Marca trevigiana: la scardola

La scardola

E si traevan giù l’unghie la scabbia, 

come coltel di scardova le scaglie 

o d’altro pesce che più larghe l’abbia.

(Inferno, Canto XXIX)

La scardola o scardina è un pesce che dietro un aspetto poco appariscente cela curiosità inaspettate. Quando Dante incontra i falsari di metalli, questi sono tormentati dalla scabbia e cercano di liberarsi dalle croste usando le unghie come fosse un coltello per squamare le scardole.          

Nel nostro territorio si possono incontrare sia la scardola europea (Scardinius erythrophthalmus) che quella italica (Scardinius hesperidicus), entrambe appartenenti alla famiglia dei Ciprinidi e conosciute nella Marca Trevigiana con gli appellativi di sgàrdola, scardolòto o scardìnola. La silhouette è tozza, ovale, con livrea bruno verdastra sul dorso arcuato e più chiara sul ventre; le scaglie emanano riflessi argentei e le pinne assumono talvolta una caratteristica colorazione rossastra. Lunga circa 30 – 40 centimetri la scardola italica può sfiorare il chilogrammo di peso, dimensioni superate da quella europea. Si tratta inoltre di un pesce longevo che, secondo alcune fonti, può vivere anche 18 anni.  

Pesce gregario, amante delle acque calme e poco profonde, predilige gli habitat ricchi di vegetazione palustre e i canneti ove si aggira alla ricerca di cibo: piccoli crostacei, insetti, vermi, frammenti di piante e più raramente pesciolini. Nel Trevigiano è molto diffusa nei principali corsi d’acqua e nei bacini lacustri fra i quali i Laghi della Vallata. 

Le scardole, un tempo catturate con le reti in quantità abbondantissime, erano già allora considerate un cibo “poco stimato” per l’eccessiva presenza di lische e per gli sgradevoli sentori d’erba o di fango. Alla fine dell’Ottocento infatti un chilo di scardole si vendeva a circa mezza lira, contro le oltre tre lire della trota.

Al giorno d’oggi, tramontata l’epoca delle fritture poco pretenziose accompagnate da tanta polenta e radicchio, la scardola interessa solo ai pescatori sportivi e neanche a tutti: alcuni le detestano perché, avventandosi sull’esca, impediscono la cattura di prede più pregiate quali carpe e tinche.

In alcune zone lacustri della Lombardia sopravvive, sempre più rara, la tradizione di conservare le scardole sotto sale in barile o di tritarne pazientemente i filetti diliscati per farne polpette o quenelle, una sorta di canederli a base di pesce, uova e verdure tipiche della tradizione francese.  Nella cittadina belga di Chimay, famosa per l’omonima birra trappista, è possibile gustare un piatto a base di scardola, l’”Escaveche de Chimay” nel quale i filetti di pesce sono conservati in gelatina insieme a cipolle e aceto. I buongustai che oggi si recano sul Delta del Po per assaporare le sempre più rare anguille, le cozze DOP e la leggendaria ostrica rosa sappiano che la Sacca degli Scardovari deve il proprio nome all’umile scardola, catturata in quantità dai pescatori più poveri che non avevano i mezzi per affrontare il mare e che si accontentavano delle scàrdove per sopravvivere anche nei momenti di maggiore difficoltà.

(Foto: Ittiofauna.org).
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