Le tecniche di mininvasività al reparto Urologia di Conegliano: contro l’ipertrofia, tecnologie a laser e iniezioni di vapore acqueo

Secondo la SIU (Società Italiana di Urologia) l’ipertrofia prostatica benigna, che viene chiamata anche adenoma prostatico, colpisce fino all’ottanta per cento degli uomini tra i settanta e gli ottant’anni, ma anche fino al dieci per cento dei quarantenni.

La diffusione di questa condizione, che consiste nell’ingrossamento benigno della prostata e che ha delle dirette conseguenze a livello urinario, ha spinto il reparto Urologia dell’Ospedale di Conegliano a investire in dotazioni tecnologiche e formazione in nuove tecniche capaci di ampliare la gamma di servizi a disposizione e specialmente ridurre l’invasività dei trattamenti.

Oggi questo dipartimento risponde a ogni tipo di casistica e viene riconosciuto come un’eccellenza all’interno del distretto sanitario Ulss 2. Assieme al dottor Lorenzo Buttazzi, dal 2021 primario di Urologia dell’Ospedale di Conegliano, indossiamo camice, cuffia e zoccoli sanitari, ed entriamo in sala operatoria per capire perché.

Il servizio di Qdpnews.it all’interno della sala operatoria dedicata a Urologia.

Dottore, dove ci troviamo?

“Ci troviamo all’interno di una delle sale operatorie dedicate all’urologia: qui eseguiamo soprattutto i trattamenti che riguardano l’apparato urinario alto e basso. La sala è prettamente dedicata alla terapia mininvasiva delle patologie urologiche con un supporto tecnologico evoluto che ha stravolto (in positivo) il nostro modo di trattare il paziente”.

Cosa significa mininvasiva? 

Oggi il 95% degli interventi maggiori in urologia viene eseguito in laparoscopia, ma per mininvasività si intende anche l’utilizzo di endoscopi miniaturizzati con calibri di tre millimetri, che consentono l’accesso alle vie urinarie e il trattamento della calcolosi. Ma intendiamo con quel termine anche l’utilizzo di due tipologie di laser (il laser al Tullio e il green laser) per il trattamento appunto dell’ipertrofia prostatica benigna oppure, per la stessa patologia, l’utilizzo del vapore acqueo, che viene chiamata tecnica Rezum”. 

Perché avete investito in questa direzione?

“Perché l’intervento di prostatectomia radicale è ormai ben codificato dal punto di vista dell’urologia, anche nelle sue varianti e preferiamo avere la possibilità di scegliere i diversi trattamenti per le singole e specifiche situazioni. Volevamo rispondere in modo completo e adeguato alla domanda da parte dei pazienti, che molto spesso giungono molto informati sui trattamenti, facendo richieste molto specifiche.

Come funziona la tecnica con il vapore acqueo? 

La tecnica Rezum comprende la dotazione di una tecnologia innovativa (un generatore e una sorta di endoscopio) che prevede l’iniezione di piccoli volumi di vapore acqueo direttamente all’interno della parte ipertrofica della parte ingrossata della prostata. Questi piccoli volumi di vapore acqueo determinano una coagulazione del tessuto, che gradualmente si regola e ripristina il normale calibro dell’uretra prostatica. La durata dell’intervento dura circa quindici minuti e per questo garantisce una grande rapidità, in sicurezza”.

Quando e perché scegliete di applicare la tecnica Rezum? 

“Si adotta nelle persone che hanno un volume prostatico di medie dimensioni: non troppo grandi né troppo piccole. In questo modo la procedura può essere eseguita in anestesia locale con l’aggiunta di una sedazione oppure in casi peggiori in anestesie locoregionali. Alla fine della procedura il paziente viene cateterizzato e dopo qualche giorno il paziente può andare a casa, riprendendo la propria attività in modo più veloce rispetto che in altri trattamenti. Essendo una metodica piuttosto semplice da apprendere per l’operatore, in certi casi potrebbe essere eseguita anche in regime ambulatoriale”.

Quali sono i risultati sull’efficacia di questa tecnica?

Per quanto riguarda i primi risultati, in genere si incominciano a notare dopo due o quattro settimane con una retrazione del tessuto coagulato. Per i risultati definitivi invece bisogna aspettare due o tre mesi: solo il quattro per cento delle persone viene trattato di nuovo dopo quattro anni dalla prima procedura. 

E quando le patologie non sono benigne?

Per il trattamento di tumori del rene, dell’uretere o della prostata, il reparto è fornito di telecamere con una visione tridimensionale. L’operatore opera durante l’utilizzo di questi strumenti con degli occhiali speciali: con questi riusciamo a svolgere tutti gli interventi oncologici. In particolare, ci stiamo concentrando sulle tecnologie chirurgiche dette di “nephron sparing” (risparmio del rene) per cercare di evitare quanto possibile l’asportazione dell’intero organo. 

(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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