San Pietro di Feletto, ieri pomeriggio conversazione con Antonella Stelitano e le sue “Donne in bicicletta”, “una finestra sulla storia del ciclismo femminile in Italia”

Andare in bicicletta fa parte delle nostre abitudini, ma non sempre è stato così, soprattutto per le donne: a sostenerlo è la giornalista trevigiana Antonella Stelitano, autrice del volume “Donne in bicicletta”, edito da Ediciclo e vincitore del Premio Bancarella Sport 2021.

Un volume che è stato presentato nel tardo pomeriggio di ieri, sabato 12 marzo, nella sede municipale di Rua di Feletto dove Stelitano, che tra le varie cose è la direttrice del bollettino comunale “Feletto Informa”, ha dialogato di fronte al pubblico con l’assessore alla Cultura Claudia Meneghin.

“Un libro che racconta quanto hanno lottato le donne per avere quanto hanno oggi”, è stato il commento di Maria Assunta Rizzo, sindaco di San Pietro di Feletto.

Andare in bicicletta è stata un’azione considerata rivoluzionaria in passato, secondo il racconto di Stelitano, che ha avuto influenza anche su altri aspetti, come il vestiario. “Indecente e stravagante”, erano gli aggettivi inizialmente affibbiati a colei che decideva di pedalare, facendo sì che non venisse considerata una donna da sposare.

“Lo sport rispecchia quello che avviene nella società di riferimento”, ha osservato Stelitano e, in effetti, inizialmente la presenza di una donna in gara creava una certa attenzione.

Un’attività che venne sdoganata dalle partigiane, che erano solite spostarsi proprio con questo mezzo, dimostrando che l’andare in bicicletta non era qualcosa di immorale e che la donna era in grado di fare anche altro dal solo stare in famiglia.

In passato la bicicletta era uno “status symbol”, tanto che furono le nobili le prime a potersela permettere, mentre la regina Margherita di Savoia ne possedeva una con la manopole in madreperla, da condurre con sé mentre passeggiava.

Nel 1902 le donne che in generale praticavano dello sport, in quotidiani come il Corriere della Sera, venivano indicate come il “terzo sesso”.

Solo nel 1962, però, la Federazione italiana di ciclismo consentirà anche alle donne di tesserarsi (l’Italia ospita in quell’anno i campionati di ciclismo a Salò), con un netto ritardo rispetto ad altri sport.

Bisognerà però attendere il 1984 perché il ciclismo femminile venga ammesso all’interno del programma dei giochi olimpici: proprio in quel decennio aumenterà il numero di donne che si dedicheranno a sport come il ciclismo, scardinando le credenze precedenti che lo consideravano dannoso per la salute e per una possibilità di gravidanza futura.

Stelitano ha più volte posto l’accento sul fatto che lo sport femminile non veniva seguito e non creava interesse di pubblico pertanto non ne scriveva mai nessuno. La passione era comunque l’elemento che accomunava queste pioniere della bicicletta, passione che spesso veniva scambiata con un desiderio di esibizionismo.

Nel volume vengono quindi rappresentanti i ritratti di cicliste come Alfonsina Strada, Giuditta Longari o Maria Canins, dopo la quale ci saranno diversi cambiamenti sul fronte del ciclismo femminile italiano.

Disparità nei premi assegnati e nella percentuale femminile nella classe dirigenziale, difficoltà nel conciliare la pratica sportiva con il lavoro e la famiglia, un pubblico inferiore per gli sport femminili, diverse regole di mercato tra uomo e donna: sono questi alcuni dei problemi ancora ben presenti per le donne impegnate nello sport.

“Le donne hanno fatto tantissima strada e ne faranno ancora”, ha osservato Stelitano, perché “lo sport non è mai solo sport”, ma ha a che fare anche con altri aspetti, in quanto rispecchia la società e la cultura dei diversi Paesi.

“Andare in bicicletta è un’abitudine che apparteneva a delle donne dalla visione fuori dagli schemi”, ha concluso l’autrice.

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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