I pesci d’acqua dolce della Marca Trevigiana: la sanguinerola o fregata

La sanguinerola

La sanguinerola o fregata (Phoxinus phoxinus) è un minuscolo pesciolino di fiume, sempre più raro nei nostri corsi d’acqua, ma utile a farci comprendere come siano cambiati i tempi.

Fino a qualche decina d’anni fa, nella sola Pieve di Soligo, almeno tre famiglie campavano grazie alla pesca di fregate e anguille. Conosciute in dialetto veneto come lanfresche, anfresche, zanfrancesche, lissotte, zìroli o più semplicemente pessète, le sanguinerole si vendevano “a piatti”: i pescatori si recavano a domicilio dagli acquirenti abituali e, anziché ricorrere a bilance o stadere, utilizzavano un semplice piatto come unità di misura.

Le sanguinerole fritte, servite con una fetta di polenta e una forchettata di radicchio, suscitavano unanime apprezzamento. Oggi sono giudicate “di nessun valore alimentare” per via di un supposto retrogusto amarognolo giudicato intollerabile per i delicati palati moderni. Consumate ancora in alcuni territori dell’Europa orientale, nell’opulento occidente le fregate sono state relegate al ruolo di esca per trote e lucci, di cibo per rettili oppure confinate nel mondo dell’acquariofilia dove la livrea elegante restituisce loro un minimo di dignità.

Silhouette affusolata, lunghezza 8 – 15 centimetri, dorso scuro e fianchi più chiari con riflessi metallici, le sanguinerole debbono il loro nome al colore rosso scarlatto che contraddistingue i lati della bocca, la zona ventrale e che nei maschi si accentua nel periodo della frega. Un ulteriore elemento distintivo sono le macchie scure, una sorta di fasce che ornano i fianchi di questa specie d’acqua dolce.

Ottime nuotatrici, le sanguinerole si raggruppano in branchi e prosperano in acque pulite e ossigenate di laghi, fiumi e torrenti riuscendo a sopravvivere anche a 2.000 metri di quota. Amanti dei fondali ghiaiosi, sabbiosi e ricchi di vegetazione sommersa restano attive tutto l’anno senza risentire eccessivamente delle basse temperature. La loro alimentazione si basa sul consumo di insetti, crostacei, filamenti di alghe e, occasionalmente, di altri pesci predati nello stadio giovanile.

Estremamente suscettibili all’inquinamento ambientale, le fregate sono minacciate da malattie, parassiti, uccelli acquatici quali aironi e garzette, bisce d’acqua e pesci predatori. Fra le cause della sensibile diminuzione di lanfresche nei corsi d’acqua della Marca Trevigiana potrebbe esserci anche la massiccia immissione di trote per la pesca sportiva. Del resto, nei laghetti di montagna, la sanguinerola è una delle principali fonti di nutrimento per il salmerino alpino (Salvelinus alpinus). 

Sebbene la fregata abbia contribuito a sfamare numerose famiglie della Marca Trevigiana, è lo stesso Ninni (1877) a mostrare scetticismo nei confronti del valore commerciale della specie: “Questo piccolo e vivacissimo pesciatello vive nelle acque limpide e correnti. Nuota sempre contro corrente, e per la sua piccolezza e per il costume che ha di riunirsi solo a piccoli branchetti non è ricercato dal pescatore”. Come a dire che la spesa, intesa come impegno a posizionare nasse o reti a maglie strettissime, non valeva la resa.

Sicuramente le lanfresche hanno entusiasmato tanti pescatori in erba che, sul fondo del torrente, piazzavano la moscariola: l’ampolla vitrea, ideata per intrappolare le mosche, si rivelava ideale anche per ingannare le sanguinerole. Attirate da qualche piccolo verme o da una manciata di farina posta sul fondo del recipiente, esse vi restavano imprigionate una dopo l’altra specialmente se a cadere nel tranello era il capo branco.

Se il bottino era particolarmente ricco i ragazzi tornavano a casa trionfanti, felici di poter nobilitare la solita fetta di polenta con una squisita frittura di pèsse popolo nella quale, la fame, occultava ogni sentore amarognolo.         

(Foto: Wikipedia).
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