Breve storia dei reggitori di moccolo

In una recentissima intervista dedicata al degrado delle nostre periferie, un esperto di sicurezza ha ribadito come l’oscurità incoraggi il malaffare. Un problema ancora più sentito nel passato quando il buio della notte trasformava città e campagne in luoghi insidiosi e impraticabili.

La Venezia del Medioevo, con le sue strette calli, non faceva eccezione tanto che attorno all’anno Mille si resero necessari provvedimenti per “rendere più sicura la città dagli assassinamenti”. Da allora, come ricorda G. Tassini, le vie più pericolose e malfamate del capoluogo lagunare vennero rischiarate dalla fioca luce di fanali detti cesendeli da “cecendelae”, il nome che Plinio il Vecchio attribuì alle lucciole. A fabbricare le lanterne provvedevano artigiani specializzati detti ferali ai quali inizialmente fu richiesto di realizzare lampade in grado di funzionare dalle quattro del pomeriggio alle quattro di notte. I parroci veneziani usavano appendere sotto i cesendeli immagini sacre, sovente quelle della Beata Vergine, nella speranza di dissuadere i malintenzionati dal compiere azioni malvage. L’idea ebbe successo e nel 1128 il doge Domenico Michiel tramutò tale usanza in obbligo: nacquero i capitelli, i piccoli altari religiosi ancora presenti a Venezia e nei centri storici di molte città italiane.

Il crescente numero di lanterne sparse per la città impose una suddivisione della spesa fra i cittadini: se fino alla metà del Quattrocento l’olio era pagato da benefattori o corporazioni (i lumi di Rialto erano sovvenzionati dai Provveditori da Sal) dal 23 maggio 1732, quando fu decretata l’illuminazione di tutta la città, ogni abitante fatta eccezione per i miserabili, dovette contribuire. Con gli anni il numero di lanterne appese nei vari angoli della città crebbe vertiginosamente e lo stesso Goldoni si compiacque per questo luminoso progresso. Nel 1795 circa duemila lumi fendevano l’oscurità delle notti lagunari, da San Marco alla Giudecca.

La Serenissima, sempre a proposito di luminarie, vantava un’antica tradizione legata alla lavorazione della cera e alla produzione di candele; luoghi quali le Fondamenta dei Cereri o alla Calle dei Cereri lo testimoniano. L’arte della cera faceva parte dell’Università degli Spezieri da Grosso assieme a quella dei confettieri, dei raffinatori di zucchero, dei droghieri e dei produttori di olio di mandorle. Tutte attività legate al fiorente commercio che Venezia intratteneva con l’Oriente. E proprio da Levante, in particolare dalla Moldavia e dalla Valacchia, giungevano importanti quantitativi di cera vergine che venivano lavorati nei torchi veneziani. Esperienza, condizioni ambientali favorevoli e grande richiesta da parte di soggetti privati e pubblici fra i quali la Chiesa, favorirono l’ascesa di un’arte che culminò fra il Seicento e il Settecento grazie anche all’abilità di artigiani come il Talamini, capace di imitare ogni sorta di animale, fiore o frutto e di realizzare vasi e bicchieri da liquore sorprendentemente durevoli. L’ascesa della cereria grande di Trieste, esente dai dazi e capace di assorbire gran parte della manodopera veneta, decretò l’inarrestabile declino dell’arte ceraia veneziana che perse, uno dopo l’altro, i mercati italiani ed esteri.

Della famiglia delle candele, dal latino candére ovvero biancheggiare, fiammeggiare, fanno parte i ceri di uso votivo, i lumini per scaldare le vivande, le candeline da anniversario e i moccoli, termine che include candelotti corti, mozziconi di candela e colature di cera simili al muco che pende dalle narici dei bimbi. Fra le numerose espressioni popolari, alcune molto colorite, è famosa quella in cui “reggere il moccolo” significa favorire un incontro amoroso oppure assistere come terzo incomodo agli approcci di due innamorati. A rivendicare la paternità di questa locuzione sono almeno tre città italiane.

Per i veneziani tutto discende da una figura molto curiosa, il “còdega” che dal XV secolo, munito di lume, offriva i suoi servigi a chi passeggiava in città nelle ore notturne. Il reggitore di moccolo, il cui nome parrebbe discendere dall’olio di cotica di maiale che alimentava i fanali delle gondole, senza volerlo assisteva alle effusioni degli amanti tutelandone la sicurezza, ma violandone l’intimità.

A Firenze pare che a reggere il moccolo fossero invece le tenutarie dei bordelli che rischiaravano il volto delle prostitute per allettare i potenziali clienti. Il lume del moccolo tornava utile anche a coloro che si muovevano per le strade del centro storico, di giorno animate dai commercianti, di notte regno di balordi e meretrici. La centralissima via Calimala secondo alcuni si chiamerebbe così non per la sua importanza (callis maius, strada maggiore), ma per la sinistra reputazione (callis malus, strada cattiva).

La tremula luce del moccolo ci porta infine a Roma ove “areggere er moccolo” significa proseguire per la propria strada con noncuranza, evitando di impicciarsi degli affari altrui. Nel tentativo di proteggere la fiammella dalle folate del ponentino, si finiva col somigliare al cavallo che procede con il paraocchi: una buona scusa per ignorare ciò che l’oscurità celava. Una riservatezza suggerita anche l’indimenticabile Gabriella Ferri: “Là, sotto l’arberi de Lungotevere le coppie fileno, li schiaffi voleno si nun sei pratico da regge i moccoli pè Lungotevere nun ce passà!

(Foto: Qdpnews.it ©️ riproduzione riservata).
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